La liberazione inaspettata
Alberto Trentini e Mario Burlò sono finalmente tornati in Italia dopo una lunga e difficile detenzione in Venezuela, durata oltre quattordici mesi. I due italiani, un cooperante veneto e un imprenditore torinese, erano rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo 1, situato a Guatire, a circa 45 chilometri da Caracas. La loro liberazione, avvenuta lunedì 12 gennaio, è stata del tutto inattesa e ha colto entrambi di sorpresa.
Il primo incontro con la libertà
Al momento del rilascio, Trentini ha raccontato che non c’era stato alcun preavviso. Una volta incontrato l’ambasciatore italiano, la prima richiesta di Trentini è stata quella di poter fumare una sigaretta, seguita dal desiderio di contattare immediatamente la propria famiglia. Prima di lasciare il carcere, entrambi sono stati fatti cambiare e rasare, indossando magliette di colori diversi e jeans. Questo momento di transizione ha segnato l’inizio di un nuovo capitolo nelle loro vite.
Le difficoltà della detenzione
Durante i mesi trascorsi in carcere, i segni della prigionia sono diventati evidenti, soprattutto su Burlò, che ha affrontato gravi problemi di salute, tra cui ipertensione e diabete, perdendo quasi trenta chili. La mancanza di libri e giornali ha reso la detenzione ancora più difficile, con l’unico testo a disposizione una Bibbia in lingua spagnola. Tuttavia, il sostegno reciproco tra Trentini e Burlò è stato fondamentale per affrontare la durezza della detenzione, creando un legame profondo tra i due connazionali.
Il ritorno alla normalità
Il ritorno alla libertà non ha coinciso immediatamente con il ritorno alla normalità. La prima notte trascorsa all’ambasciata italiana di Caracas è stata difficile per entrambi, nonostante la presenza di letti veri e ambienti confortevoli. Il corpo e la mente faticavano ad adattarsi dopo mesi vissuti in celle anguste, su brande a castello, con il ritmo scandito dall’appello delle guardie alle cinque del mattino. Questa abitudine, ormai radicata, ha continuato a influenzarli anche dopo la liberazione, facendoli svegliare all’alba, segno di un’esperienza che ha lasciato un’impronta profonda nelle loro vite.

