Negli ultimi mesi è riemersa la proposta di innalzare le pensioni minime a 800 o addirittura 1 000 euro al mese. L’idea, riproposta da diversi gruppi politici, viene presentata come una misura di giustizia sociale, ma nasconde un peso finanziario enorme per il fisco. Analizzando i numeri ufficiali, emerge che un simile rialzo comporterebbe una spesa annua di circa 18 miliardi di euro un onere difficile da assorbire in un contesto già caratterizzato da rialzi dei costi pensionistici.
Il debito pubblico italiano supera il 100% del PIL, mentre la pressione fiscale è fra le più alte d’Europa. In questo scenario, aumentare le pensioni minime non è semplicemente una questione di solidarietà, ma una scelta che mette a repentaglio la sostenibilità del sistema previdenziale e, di riflesso, il futuro dei più giovani.
Il prezzo concreto di una pensione minima a 1 000 euro
Negli ultimi cinque anni, gli aumenti delle prestazioni pensionistiche – comprendenti la 14ª mensilità, le maggiorazioni sociali e gli adeguamenti all’inflazione – hanno già richiesto 6,1 miliardi di euro all’anno. Portare tutte le pensioni minime a 1 000 euro al mese richiederebbe, secondo le stime degli esperti di bilancio, ulteriori 18 miliardi di euro ogni anno. Si tratta di un importo quasi tre volte quello destinato alle maggiorazioni sociali erogate dal precedente Governo.
Spese attuali per le pensioni minime e integrazioni
Nel 2025 circa il 30 % delle pensioni in pagamento – quasi 8,1 milioni di beneficiari – doveva essere integrato dallo Stato perché non raggiungeva la soglia minima. Queste integrazioni, rivolte a 4,8 milioni di pensionati, costano all’anno circa 5,7 miliardi di euro. A queste si aggiungono le prestazioni sociali: al 1° gennaio 2026 erano in erogazione 914.621 assegni sociali, per un costo di 6,6 miliardi, di cui il 58 % al Sud e il 57 % alle donne.
Sommandole, la spesa corrente legata alle pensioni minime e alle misure di integrazione supera i 12 miliardi, senza contare gli oneri futuri derivanti da un eventuale rialzo a 1 000 euro. L’impatto complessivo, quindi, si avvicina ai 18,4 miliardi annui citati dalle analisi di bilancio.
Effetti sul mercato del lavoro e incentivazione all’evasione
Un importo garantito di 1 000 euro al mese, esente da IRPEF e con ampie agevolazioni ISEE, indebolisce il principio di equivalenza tra contributi versati e prestazione ricevuta. Un operaio che ha versato contributi per 35 anni e percepisce una pensione lorda di 1 350 euro, soggetta a tassazione, si troverebbe in una situazione meno vantaggiosa rispetto a chi ha versato poco o nulla e riceve un assegno minimo esente da imposte.
Questa discrepanza alimenta la motivazione a ricorrere al lavoro nero o all’evasione fiscale, poiché la differenza netta tra i due scenari può superare i 300 euro al mese. Uno studio della CGIL indica che, anche senza contributi, le prestazioni sociali (assegni, bonus energia, canone TV, contributo affitto) consentono di incassare circa 740 euro netti mensili. L’effetto combinato – maggiori benefici per i meno contribuenti e pesanti costi per lo Stato – rischia di aumentare la diffusione del lavoro sommerso.
Conseguenze per le finanze pubbliche e per i giovani
Le previsioni della Manovra 2027 mostrano un incremento della spesa pensionistica del 4,2 %, pari a quasi 15 miliardi di euro, facendo salire il rapporto tra spesa pensionistica e PIL dal 15,1 % al 15,3 % entro il 2027. Questo aumento è già dovuto all’indicizzazione delle pensioni all’indice FOI. Aggiungere un extra di 18 miliardi sposterebbe il peso delle pensioni su un tetto di bilancio già stressato, riducendo la capacità di investimento in settori chiave per i giovani come ricerca, innovazione e formazione.
Se la spesa per le prestazioni minime supera i 165 miliardi entro il 2025, la quota destinata a incentivi per l’industria e la produzione – elementi fondamentali per creare posti di lavoro stabili – diminuisce sensibilmente. In pratica, i giovani vedrebbero declinare le opportunità occupazionali mentre il gettito fiscale si assottiglia, creando un circolo vizioso di stagnazione economica.
Una proposta più coerente suggerirebbe di legare l’età della pensione minima a 71 anni, in linea con l’aumento dell’aspettativa di vita, e di riservare gli aumenti solo a chi ha un reale percorso contributivo. Solo così si potrebbe garantire una pensione equa senza sacrificare la crescita del capitale umano.



