La riforma delle pensioni in discussione per il 2027 potrebbe portare significative novità per i lavoratori italiani. Tra le proposte più discusse, quella di estendere la possibilità di andare in pensione a 64 anni anche a chi ha iniziato a lavorare prima del 1996. Una misura che, se approvata, potrebbe cambiare radicalmente le prospettive di molti lavoratori.
Attualmente, la pensione a 64 anni è riservata ai cosiddetti contributivi puri ovvero a chi ha iniziato a versare contributi dopo il 1° gennaio 1996. La proposta della Lega, sostenuta dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mira a colmare questa disparità, rendendo il sistema pensionistico più equo e flessibile.
I requisiti attuali per la pensione a 64 anni
Per accedere alla pensione anticipata a 64 anni, attualmente sono richiesti almeno 20 anni di contributi effettivi e un assegno di importo pari ad almeno tre volte l’assegno sociale. Nel 2026, questo significa un importo minimo di 1.638,72 euro lordi mensili. Inoltre, l’assegno non può superare cinque volte il trattamento minimo, pari a circa 3.059,25 euro lordi mensili.
Questi requisiti rendono l’opzione di uscita anticipata accessibile principalmente a chi ha accumulato un montante contributivo elevato durante la carriera. Per le lavoratrici con figli, la soglia è leggermente più bassa: 2,8 volte l’assegno sociale per chi ne ha uno e 2,6 volte per chi ne ha almeno due.
Le novità della riforma e gli impatti sull’assegno
La riforma proposta dalla Lega prevede l’estensione della pensione a 64 anni anche ai lavoratori con contributi precedenti al 1996. Tuttavia, per accedere a questa opzione, sarebbe necessario accettare il ricalcolo interamente contributivo della pensione, compresa la parte maturata prima del 1996.
Secondo le simulazioni dell’Osservatorio previdenza della Cgil, il ricalcolo contributivo potrebbe comportare una riduzione dell’assegno fino al 10,6%, con una perdita permanente compresa tra 183 e 366 euro lordi al mese. L’effetto varierà in base alla storia contributiva e alle retribuzioni percepite prima e dopo il 1996.
L’uso del Tfr per integrare l’assegno
Per chi non riesce a raggiungere l’importo minimo richiesto, si propone di trasformare in rendita il Tfr accantonato presso l’Inps. Questo meccanismo permetterebbe di integrare l’assegno pensionistico, superando la soglia minima necessaria per l’uscita anticipata. Ad esempio, un lavoratore con una pensione di 1.300 euro potrebbe ricavare altri 400 euro mensili dal Tfr, superando così la soglia e lasciando il lavoro.
Tuttavia, restano ancora da definire i dettagli operativi e la tassazione agevolata della rendita. Inoltre, non tutto il Tfr dei dipendenti privati è depositato presso il Fondo di Tesoreria dell’Istituto, il che potrebbe complicare l’attuazione della misura.
Le dichiarazioni del ministro Giorgetti
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha espresso perplessità sulla differenza di trattamento tra chi ha iniziato a lavorare prima e dopo il 1996. Secondo Giorgetti, questa disparità è immotivata e potrebbe avere anche difetti costituzionali. Il ministro ha invitato a lavorare a soluzioni che garantiscano un trattamento più uniforme, mantenendo la sostenibilità del sistema pensionistico nel lungo periodo.
Le dichiarazioni di Giorgetti fanno ben sperare in vista della legge di Bilancio 2027, anche se non rappresentano ancora una conferma definitiva delle misure. La prospettiva è quella di intervenire sulla differenza di accesso alla pensione a 64 anni, conciliando flessibilità in uscita e tenuta dei conti.



