Il progetto di rafforzamento della sanità territoriale finanziato dal Pnrr ha portato alla realizzazione o all’adeguamento di centinaia di strutture chiamate Case di Comunità e di ospedali di comunità. Tuttavia, la trasformazione urbanistica non sempre si è accompagnata a un rafforzamento delle risorse umane: molte sedi rischiano di offrire solo servizi di facciata se non vengono garantite equipe complete e orari effettivi di operatività.
Il problema è duplice e concreto: da un lato ci sono i cantieri, i numeri delle aperture e i fondi spesi; dall’altro c’è la difficoltà a reperire medici e infermieri per rendere quei luoghi punti di cura a tutti gli effetti. Questo articolo ricompone i fatti, i numeri noti e l’intesa recentemente siglata per coinvolgere i medici di medicina generale.
Ritardi e discrepanze nei numeri: quanti sono davvero i presidi operativi
Il piano iniziale prevedeva oltre 1.700 Case di Comunità successivamente rimodulate a circa 1.038 per allinearsi ai target europei vincolanti. Nel concreto, le strutture pienamente operative e conformi agli standard previsti risultano però una quota molto ridotta: poco più di 66 sedi che dispongono di tutte le figure professionali previste e dei servizi obbligatori. Questa discrepanza mette in luce una differenza tra l’investimento nella componente infrastrutturale e la capacità di garantire spesa corrente per personale sanitario.
Disomogeneità territoriale tra Nord e Sud
La distribuzione delle aperture non è omogenea: al Nord oltre il 60% delle strutture ha attivato almeno un servizio base, mentre al Sud la quota scende drasticamente, lasciando ampie aree senza un’alternativa pratica ai pronto soccorso. La concentrazione di servizi nelle regioni più ricche accentua il rischio di creare una rete a geometria variabile, con cittadini meridionali costretti a dipendere ancora dall’ospedale centrale.
Lombardia: obiettivo aperture e le criticità di personale
La Regione Lombardia ha posto una scadenza stringente per l’apertura delle strutture legate al Pnrr: entro il 30 giugno dovevano essere operative 187 Case di Comunità e 60 ospedali di comunità con una sola eccezione per un polo completato il 15 luglio a causa di ritardi legati a pratiche specifiche. Al 26 giugno 2026 la Regione dichiarava che circa 150 Case di Comunità avevano ottenuto l’ok definitivo o erano in fase di ultimazione, mentre per 36 presidi restavano piccoli interventi da completare. Dei 60 ospedali di comunità, 41 risultavano praticamente finiti e 19 necessitavano di rifiniture.
Il costo complessivo dell’operazione sul territorio regionale è significativo: circa 489 milioni per le Case di Comunità (di cui 277 da fondi europei e 33 dallo Stato) e 179 milioni per gli ospedali di comunità (con 151 dal Pnrr). Nonostante gli interventi strutturali, il tallone d’Achille rimane la carenza dei professionisti.
Composizione dell’offerta medica nelle strutture lombarde
La copertura oraria nelle Case di Comunità lombarde è assicurata in grande misura da personale ospedaliero impiegato per integrare il servizio: oltre la metà delle ore è garantita da dipendenti degli ospedali. I liberi professionisti assunti ad hoc rappresentano circa il 16% gli specialisti ambulatoriali convenzionati il 14% mentre i medici di famiglia coprono una quota molto più limitata dell’assistenza: indicativamente intorno al 17%. Questo mix evidenzia una struttura ibrida che ancora cerca una piena identità tra ospedale e territorio.
Accordo con i medici di medicina generale e limiti pratici
Per evitare che molte Case di Comunità restassero vuote è stato raggiunto un accordo che definisce la partecipazione dei medici di base: un impegno flessibile fino a un massimo di 6 ore settimanali per medico, con un compenso orario di riferimento pari a 38,72 euro. L’intesa punta a integrare i medici di famiglia nelle équipe territoriali senza svuotare gli studi privati, ma l’effetto pratico dipenderà dall’adesione e dalla capacità di coprire aree con carenza di professionisti.
Il ruolo richiesto ai medici di medicina generale nelle Case di Comunità non è la mera replica dell’ambulatorio: si tratta di coordinare la gestione delle cronicità predisporre piani assistenziali personalizzati, collaborare con infermieri e specialisti per ridurre ricoveri evitabili e usare strumenti di telemedicina per il monitoraggio a distanza. Tuttavia la contrazione delle nuove leve e il progressivo invecchiamento della categoria rendono difficile trasformare l’accordo in presenza stabile soprattutto nei territori periferici.
Senza questa integrazione, molti nuovi presidi rischiano di restare architetture abili a ospitare servizi ma privi della componente umana indispensabile per funzionare come punti di riferimento della comunità.



