Negli ultimi anni il dibattito sulle pensioni ha subito un continuo mutamento, spinto da iniziative come Quota 100 e le successive varianti Quota 102 e Quota 103. L’obiettivo dichiarato è stato quello di offrire una maggiore flessibilità ai lavoratori, ma la realtà economica ha progressivamente mostrato l’onere che tali scelte hanno rappresentato per il bilancio pubblico.
Il più recente rapporto della Ragioneria generale dello Stato, pubblicato a settembre, ha messo a fuoco l’effettivo costo di queste misure di flessibilità. Dal 2019 ad oggi, l’ammontare complessivo supera i 41,3 miliardi di euro, cifra che include anche l’impatto sul TFR e sul TFS dei dipendenti pubblici. Oltre a un peso diretto sul debito, la flessibilità ha comportato una contrazione della crescita occupazionale, vanificando l’aspettativa di “tre assunzioni per ogni uscita” che aveva alimentato le previsioni iniziali.
Il fondo da quasi 850 milioni per le uscite anticipate
All’interno della legge di Bilancio 2027 è stato riservato un importo di 850 milioni di euro destinato a finanziare nuove forme di uscita anticipata dal lavoro. Il denaro sarà disponibile tramite un provvedimento ad hoc che verrà definito a gennaio, lasciando per il momento aperta la definizione dei requisiti e dei beneficiari. La proposta più discussa dalla Lega prevede la possibilità di andare in pensione a 64 anni di età con almeno 36 anni di contributi, una sorta di nuovo “Quota 100” più permissiva.
Questo finanziamento rappresenta un compromesso politico: da un lato soddisfa la promessa di Matteo Salvini di “smontare” la legge Fornero, dall’altro non impegna immediatamente il bilancio in un programma di riforma generalizzata. La manovra, inoltre, prevede che la spesa previdenziale complessiva passi da 352 miliardi di euro nel 2026 a 367 miliardi nel 2027, pari al 15,3% del PIL, collocando il nuovo fondo come una delle poche voci di bilancio a destinazione specifica.
Rivalutazione più restrittiva per le pensioni alte
Parallelamente al finanziamento delle uscite anticipate, la bozza di legge introduce una revisione dell’indicizzazione delle pensioni. Il nuovo sistema tornerà a prevedere sei fasce di adeguamento all’inflazione, penalizzando proporzionalmente le pensioni più elevate. Fino a quattro volte il minimo Inps la rivalutazione rimarrà al 100% dell’inflazione; per la fascia tra quattro e cinque volte il minimo scenderà al 90%; tra cinque e sei volte al 60%; tra sei e otto volte al 50%; tra otto e dieci volte al 40%, e oltre dieci volte al 35%.
Le conseguenze numeriche sono significative. Per una pensione media di 3.100 euro lordi al mese, la perdita annua rispetto al regime attuale sarebbe di circa 441 euro. Con 4.000 euro mensili la riduzione ammonterebbe a 640 euro annui, mentre per 5.000 euro si tradurrebbero in una diminuzione di 925 euro all’anno. Le pensioni più alte, ad esempio 6.500 euro al mese, vedrebbero una riduzione di circa 1.245 euro all’anno. Tali calcoli presumono un’inflazione del 2,9% per il 2027 e mostrano come il carico della nuova indicizzazione ricada maggiormente sui pensionati con assegni più consistenti.



