Il Parlamento ha compiuto un passo formale verso il ritorno al nucleare civile: nella seduta del 4 giugno 2026 la Camera ha approvato il disegno di legge delega che definisce l’orizzonte normativo per l’installazione di SMRAMR e micro-reattori nel territorio nazionale. Il provvedimento, respinto o osteggiato da diversi gruppi, è passato con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti e adesso è all’esame del Senato per la definitiva ratifica.
Il governo indica scadenze e obiettivi precisi: secondo il ministro competente, i decreti attuativi dovrebbero essere emanati entro la fine dell’anno e i primi impianti potrebbero diventare operativi nella prima metà degli anni 2030. Il testo punta anche a disciplinare la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi, oltre a riorganizzare la governance degli enti responsabili.
Il voto alla Camera, i poteri delegati e le scadenze annunciate
Con l’approvazione parlamentare la Camera conferisce al governo una delega che dovrà essere esercitata entro dodici mesi: attraverso uno o più decreti legislativi verranno definite le regole per la costruzione e l’esercizio degli impianti, i criteri di sicurezza, le procedure autorizzative e le misure di compensazione per i territori che ospiteranno le infrastrutture. Il ministro ha ribadito che la legge riguarda esclusivamente il nucleare civile e ha garantito l’impegno a evitare usi militari.
Tempi e obiettivi numerici
Il governo ha indicato ipotesi di linea strategica: nei documenti ufficiali si parla di una possibile quota compresa tra l’11% e il 22% della produzione elettrica nazionale coperta dal nucleare nel lungo periodo. Sulle tempistiche operative, il ministro ha dichiarato che i primi reattori potrebbero entrare in funzione nel 2034-2035, mentre i decreti attuativi dovrebbero essere pubblicati entro Natale dello stesso anno di approvazione della legge delega. Queste previsioni vincolano progetti industriali, piano di autorizzazioni e impegni finanziari.
Le tecnologie previste e le ipotesi di utilizzo
Il testo normativo privilegia soluzioni dette modulari: gli SMR (Small Modular Reactor) e gli AMR (Advanced Modular Reactor) sono al centro della strategia. Gli SMR sono reattori di potenza ridotta, pensati per una produzione flessibile e modulare, mentre gli AMR rappresentano tecnologie di quarta generazione con potenziali innovazioni sui refrigeranti e sul ciclo del combustibile. Il provvedimento contempla anche lo sviluppo di micro-reattori e la possibilità di sfruttare il calore per usi industriali o la produzione di idrogeno a basse emissioni.
Navalizzazione dei reattori e filiera industriale
Una delle ipotesi operative menzionate pubblicamente è l’installazione di piccole unità nucleari su navi mercantili: si parla di moduli da 10-15 MW che potrebbero trovare applicazione in ambiti marittimi o logistici. Il governo ha inoltre richiamato l’importanza di coinvolgere l’industria nazionale nella filiera produttiva, favorendo la serializzazione dei componenti per ridurre costi e tempi di costruzione.
Reazioni politiche e proteste sul territorio
L’approvazione ha acceso un acceso confronto politico: gruppi parlamentari contrari hanno espresso forte critiche, denunciando la promessa di tecnologie non ancora mature e la possibile riduzione degli investimenti nelle rinnovabili. Durante la seduta alcuni deputati hanno mostrato cartelli con mappe dei siti ipotizzati per gli impianti e sono state organizzate iniziative di protesta fuori da Montecitorio.
Leader di opposizione e rappresentanti del Movimento 5 Stelle hanno messo in dubbio le stime sui costi e sui benefici economici, chiedendo chiarimenti su chi garantirebbe i finanziamenti e su come verrebbero valorizzati i territori ospitanti. In risposta il governo ha insistito sulla necessità di garantire sicurezza e di fornire informazioni trasparenti alla cittadinanza, auspicando anche un confronto pubblico e, se richiesto, strumenti di partecipazione popolare.
Il passaggio al Senato stabilirà il calendario definitivo della riforma. Nel frattempo il dibattito resta aperto su rischi, opportunità, costi e tempistiche: la legge delega ha posto le basi normative, ma saranno i decreti attuativi e i piani industriali a tradurre l’intenzione politica in progetti concreti sul territorio.
