Perché la famiglia Pepe è diventata simbolo di etica nella pizza

Irina Steccanella firma una lettera a Stefano Pepe: nel gesto della famiglia c'è un insegnamento che va oltre la tecnica

Nella lettera indirizzata a Stefano Pepe — e datata 10-05-2026 — la chef Irina Steccanella prende la parola per spiegare perché il lavoro di suo figlio, Franco, le ha cambiato la prospettiva sul mestiere della pizza. Non è una cronaca di premi o classifiche, ma un racconto personale che mette al centro origine, ascolto e responsabilità. La parola «grazie» diventa qui il punto di partenza per ripercorrere una storia familiare che parte da un forno di paese e approda a una visione che considera la pizza come un atto etico.

La lettera, nata dopo una visita al locale di Pepe in Grani, non è un elogio formale ma un gesto intimo: riconoscere radici che non si trasformano in nostalgia ma in dovere. Irina, che ha lavorato con chef come Massimo Bottura e Niko Romito, e che dal febbraio 2019 è alla guida del ristorante Irina a Savigno — trasformato poi in pizzeria dopo l’emergenza Covid — racconta come l’incontro con Franco abbia riqualificato il suo modo di intendere il mestiere.

La persona dietro il nome

Nel testo emerge l’idea che Franco Pepe sia molto più di un volto noto: è qualcuno che ascolta senza imporsi, che pesa le decisioni come se rispondesse a una responsabilità più ampia. Irina descrive quel tratto di riservatezza come un lascito familiare, un modo di essere che non si apprende solo con la pratica ma che si riceve. Il valore dell’ascolto e del silenzio decisionale viene messo a confronto con la visibilità che il tempo e il successo portano: molti si perdono quando il nome cresce, ma a lei è sembrato che Franco abbia mantenuto salde le proprie origini.

L’incontro che ha cambiato una prospettiva

Irina racconta di aver conosciuto Franco tre anni fa, introdotta da Paolo Marchi, in un contesto pubblico ma senza poses teatrali. Quel breve scambio le ha permesso di comprendere che la fama non aveva cancellato il tratto autentico del pizzaiolo: la capacità di essere presente senza sovrastare gli altri. Da quell’attimo nasce l’idea che la pizza possa essere intesa come un gesto che unisce tecnica e etica, come una responsabilità verso chi cucina e chi mangia.

Ricette che parlano di famiglia

Nel ricordare Pepe in Grani e la bottega originaria — l’antica Osteria Pizzeria Pepe in Piazza Porta Vetere a Caiazzo — Irina dedica spazio a piatti che incarnano questa storia. Tra le sue preferenze ci sono tre creazioni che fungono da cartine di tornasole della poetica di Franco: il Ciro, un cono di pizza fritta con fonduta di Grana Padano Dop 12 mesi, pesto di rucola e polvere di oliva caiazzana; La Ritrovata, pensata per il padre Stefano, con passata di pomodoro San Marzano Dop, piennolo del Vesuvio Dop, capperi disidratati, polvere di olive nere caiazzane, filetti di alici di Cetara, olio al basilico e origano; e infine un cono fritto dolce che evoca la pastiera, ideato dal giovane omonimo di famiglia.

Il forno e il mestiere

Una foto citata nella lettera ritrae Nonno Ciccio — Francesco — davanti al forno, e il padre Stefano al bancone: immagini che parlano di un luogo che era al tempo stesso forno, pizzeria e osteria. In quella dimensione si sono formati Franco e i suoi fratelli, insieme alla madre Maria Ferraiuolo. Irina sottolinea come questa quotidianità di lavoro in famiglia abbia trasmesso valori concreti: cura delle materie prime, rispetto per il territorio e per chi siede a tavola.

Un grazie che guarda avanti

La conclusione della lettera è aperta e fiduciosa: Irina esprime gratitudine a Stefano perché, osservando il figlio, ha imparato a considerare la pizza come un atto di responsabilità. Non è una celebrazione sterile, ma una promessa implicita: chi comprende queste radici è disposto a sostenerle. Il gesto di dire grazie assume così una funzione pratica: mettere le spalle a chi ha cercato di fare della tradizione un’arma per un futuro più consapevole.

Infine Irina lascia una speranza semplice e personale: un giorno sedersi tutti insieme, mangiare una pizza di Franco e ascoltare la storia di Stefano dall’inizio, per chiudere il cerchio di una vicenda che parla di famiglia, lavoro e memoria.

Scritto da Edoardo Castellucci

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