Il cambiamento climatico sta trasformando il caldo estremo in una questione di disuguaglianza sociale e salute pubblica. Non tutti hanno le stesse possibilità di proteggersi dalle ondate di calore, e questo sta creando nuove forme di vulnerabilità e esclusione.
L’accesso all’aria condizionata ad esempio, non è garantito per tutti. Questo strumento, che per molti è diventato essenziale per la salute rimane un lusso per chi non può permettersi di installarlo o sostenere i costi delle bollette. Ma l’aria condizionata è davvero la soluzione, o fa parte del problema?
Il caldo come indicatore di disuguaglianza
Il ricercatore Giacomo Falchetta del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) spiega che la possibilità di proteggersi dal caldo è diventata un nuovo indicatore di disuguaglianza. Non tutti possono permettersi di installare un condizionatore, né di affrontare l’aumento delle bollette che deriva dal suo utilizzo.
Il problema non è solo economico, ma anche ambientale. L’aria condizionata è energivora e se l’elettricità continua a essere prodotta in larga parte con combustibili fossili, l’aumento dei consumi genera nuove emissioni e contribuisce al riscaldamento globale. Tuttavia, il problema principale non è l’apparecchio in sé, ma il modo in cui produciamo l’energia che lo alimenta.
Le energie rinnovabili come soluzione
Le energie rinnovabili come il fotovoltaico possono aiutare a spezzare questo circolo vizioso. Uno studio del Cmcc mostra che il fotovoltaico installato sui tetti può compensare circa la metà dell’aumento dei consumi dovuto all’aria condizionata. Tuttavia, la responsabilità non può essere demandata al singolo cittadino. Servono politiche che favoriscano la diffusione delle rinnovabili e permettano anche alle fasce meno abbienti di accedere a forme di protezione dal caldo che siano economicamente e ambientalmente sostenibili.
L’impatto del caldo sulla salute
Il caldo estremo ha un impatto significativo sulla salute soprattutto per le persone più vulnerabili, come gli anziani i malati cronici e chi lavora all’aperto. Secondo il Global Justice Report 2026 del World Inequality Lab la metà più povera della popolazione mondiale subirà entro il 2050 fino al 75% dei danni climatici, a fronte di un contributo di appena il 3% delle emissioni da capitale privato.
Il report 2026 del Lancet Countdown on Health and Climate Change rileva che nel decennio 2015–2026 l’aumento medio della mortalità da calore in Europa è stato di 52 morti all’anno per milione di abitanti rispetto al periodo 1991–2000. In Svizzera, questo si traduce in circa 460 morti in più all’anno a causa del caldo estremo.
Le categorie più a rischio
Le prime persone a pagare il prezzo di città cementificate sono le popolazioni a basso reddito, le persone anziane, chi ha malattie croniche o disabilità, chi lavora all’aperto nell’edilizia o nell’agricoltura, ma anche chi è in carcere o nei cosiddetti Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) italiani. Per queste persone, il caldo è un fattore di rischio mortale.
Il ruolo delle politiche pubbliche
Per affrontare questa crisi, è necessario smettere di considerare il caldo come un problema che ciascuno deve risolvere dentro casa propria. Servono incentivi mirati aiuti alle persone più esposte e interventi a 360 gradi: sulle case, sugli spazi pubblici, sui trasporti, sull’accesso all’acqua, sul verde urbano e sulla rete elettrica.
Il condizionatore può essere parte della soluzione, ma una società non può affidare la sopravvivenza alle ondate di calore alla capacità di ciascuno di comprarsi da solo un po’ di fresco. È necessario un approccio intersezionale che tenga conto delle diverse forme di vulnerabilità e oppressione.



