Negli ultimi anni il dibattito sul overtourism è esploso sui media, ma spesso la polemica resta confinata a episodi isolati: accamparsi dove è vietato, fare la fila per scattare il solito selfie o percorrere sentieri senza attrezzatura adeguata. Questo approccio individualista nasconde una realtà molto più ampia: il turismo è ormai un modello di produzione che converte territori, suolo e risorse in beni commerciabili, privando le comunità locali della loro identità.
Le radici storiche del turismo di massa
Secondo gli studi recenti, il turismo moderno non nasce dal desiderio romantico di viaggiare, ma dall’avvento del lavoro salariato e delle ferie pagate. Due esigenze hanno guidato il suo sviluppo: rimettere in circolo il denaro speso dai lavoratori e controllare il tempo libero evitando che l’ozio si trasformi in critica sociale. Così, il viaggio è stato trasformato in un’attività di consumo, una sorta di educazione di massa che dirige l’energia dei più deboli verso un’esperienza sanitizzata e prevedibile.
Dal flâneur al turista-consumatore
Il viaggiatore autonomo, o flâneur, si confrontava direttamente con culture diverse, spesso in condizioni rude. Il turismo di massa, al contrario, separa il visitatore dall’indigeno, livella le differenze e rende le peculiarità dei luoghi “appianabili” per gestire milioni di ospiti. Il risultato è una standardizzazione dell’esperienza che elimina l’imprevedibilità a favore della sicurezza.
Mobilità come dogma e conseguenze ambientali
Oggi la capacità di spostarsi è celebrata come la massima espressione della libertà, ma è diventata un vero e proprio dogma. Smartphone e laptop permettono di lavorare ovunque, ma hanno anche cancellato il senso di avventura; l’intera esperienza si è ridotta a una catena di montaggio dove il viaggiatore è solo un cliente intercambiabile. La proliferazione di hub turistici identici, noti come “non-luoghi”, è la prova tangibile di questo fenomeno.
Il danno ecologico è altrettanto evidente. Uno studio internazionale ha rilevato che, nel 2019, l’impronta climatica del turismo ha raggiunto i 5,2 miliardi di tonnellate di CO₂eq, pari all’8,8 % delle emissioni globali, con una crescita annua del 3,5 % tra il 2009 e il 2019, ben più veloce rispetto al PIL mondiale.
Il caso Lucca: da città a vetrina commerciale
Lucca, storica cittadina toscana, è diventata l’esempio emblematico di come il turismo possa trasformare la vita quotidiana. Un’ex guida turistica, dopo più di vent’anni di attività, ha denunciato la transizione da “città a misura d’uomo” a “vetrina di prodotti immobiliari”. La pressione dei numeri ha portato a decisioni come la proposta di trasformare il centro storico in un grande centro commerciale a cielo aperto, con conseguente aumento vertiginoso degli affitti e la scomparsa di abitazioni a lungo termine.
Ricordi di un tempo in cui le autorità rifiutarono l’installazione di un trenino turistico sulle antiche mura mostrano come la comunità fosse pronta a difendere il proprio patrimonio. Oggi, al contrario, le mura rischiano di diventare semplici sfondi per selfie, mentre le piccole botteghe si trasformano in spazi di vendita per marchi esterni.
Le parole di chi ha vissuto il cambiamento
Chi ha vissuto l’evoluzione di Lucca afferma che la città era un “luogo per l’anima”, dove la bellezza non era un prodotto da commercializzare ma un’esperienza autentica. La strategia deliberata di non instaurare relazioni clientelari tra guide e negozi ha preservato l’indipendenza della visita. Oggi, quel principio sembra essere stato dimenticato, sostituito da una logica in cui ogni metro quadrato è valutato solo per il suo potenziale redditizio.
Il risultato è una contraddizione brutale: la ricerca del paradiso porta a distruggerlo. La conservazione di habitat, la cementificazione del suolo e la frammentazione degli ecosistemi sono ormai parte integrante del modello turistico, creando una spirale di usura del mondo che minaccia sia l’ambiente che la qualità della vita dei residenti.



