Il 12 giugno 2026 è entrato in vigore il Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo, e nello stesso giorno ha avuto effetto il Decreto-Legge n. 100/2026 in Italia. A ciò si è aggiunta la circolare del Ministero dell’Interno del 9 giugno 2026 che invita le amministrazioni locali a predisporre protocolli per applicare il Regolamento (UE) Screening 2026/1356. Di fronte a queste disposizioni, una larga parte del mondo sanitario e civile ha rivolto un appello pubblico per tutelare il diritto alla salute delle persone migranti e per evitare che l’attività clinica venga strumentalizzata a fini di controllo.
Gli operatori sottolineano come le procedure di screening dovrebbero mirare a identificare bisogni sanitari e condizioni di vulnerabilità, ma avvertono che questo obiettivo è perseguibile solo se le attività mediche restano nettamente separate dalle funzioni di polizia e dalle misure amministrative di frontiera. Il rischio denunciato è che lo screening obbligatorio diventi un requisito procedurale che favorisce il confinamento coattivo, il trattenimento di frontiera o l’espulsione immediata, trasformando la pratica clinica in un elemento di controllo.
Violazione del consenso informato e il problema della «doppia lealtà»
Secondo i firmatari dell’appello, la combinazione tra il Regolamento Screening e la normativa nazionale genera una frattura etica per la comunità sanitaria. In particolare viene messa in discussione la piena applicazione del principio del consenso informato sancito dalla legge 22 dicembre 2017, n. 219, perché agli operatori non è garantito come i dati clinici saranno impiegati nei percorsi amministrativi della persona migrante. Se l’accettazione degli accertamenti sanitari è condizionata all’accesso al territorio o alla domanda d’asilo, il rifiuto si traduce in conseguenze procedurali gravi: in quel contesto il consenso non può dirsi libero.
La trasformazione dello screening in un criterio amministrativo trasforma la relazione di cura: l’operatore sanitario si trova diviso tra l’obbligo professionale verso la persona assistita e le pressioni del processo di controllo. Questa doppia lealtà mette a rischio l’autonomia del paziente e la libertà professionale del medico, e può ridurre la scheda sanitaria a un documento che legittima misure restrittive anziché attivare percorsi di presa in carico.
Locazioni e tempi: perché valutazioni in Questura compromettono la neutralità terapeutica
La circolare ministeriale prescrive tempi ristretti per le verifiche: lo screening deve essere completato entro 7 giorni in prossimità delle frontiere esterne e entro 3 giorni in caso di rintraccio sul territorio. Inoltre invita i Prefetti a individuare luoghi per le verifiche privilegiando i locali della Pubblica Sicurezza e delle Questure. Per i firmatari questo indirizzo è inadeguato dal punto di vista clinico e psicologico.
Un’anamnesi attendibile e un esame oggettivo richiedono privacy, condizioni igienico-sanitarie adeguate, assenza di elementi coercitivi e accesso a una mediazione linguistico-culturale. Ambiente e contesto contano: sottoporre una persona straniera, spesso reduce da traumi, a una valutazione sanitaria dentro una Questura compromette la neutralità terapeutica e la fiducia nella relazione medico-paziente, trasformando il luogo di cura in un’estensione del dispositivo di sanzione.
Effetti sul sistema sanitario e sull’accesso alle cure
I firmatari avvertono anche ricadute sistemiche: quando le funzioni sanitarie appaiono sovrapposte a quelle di controllo, il sistema perde credibilità come presidio di tutela. Ciò può scoraggiare l’accesso alle cure, frammentare la continuità assistenziale e indebolire le strategie di prevenzione e promozione della salute rivolte alle popolazioni più vulnerabili. In ultima analisi, questa impostazione rischia di erodere la capacità delle istituzioni sanitarie di raggiungere chi ha bisogno.
Per tutte queste ragioni, l’appello chiede che l’attività clinica rimanga autonoma rispetto alle procedure di pubblica sicurezza e che vengano garantite le condizioni necessarie per un approccio sanitario che rispetti la dignità e i diritti delle persone migranti. Viene ribadito il rifiuto della sottomissione della professione medica a logiche securitarie che possono tradursi in limitazioni delle libertà personali sulla base di informazioni raccolte nella relazione di cura.
Il confronto richiesto dai firmatari non è puramente simbolico: riguarda elementi concreti come i tempi imposti, la scelta dei locali per le visite e le tutele del consenso. La posta in gioco è la qualità e l’etica dell’assistenza sanitaria offerta a persone in una condizione di particolare vulnerabilità, così come la capacità del sistema di mantenere la propria funzione di tutela e inclusione.


